Nel X secolo, al-Andalus visse una delle sue epoche più splendide sotto il governo di al-Ḥakam II, secondo califfo omayyade di Cordova. Erudito, diplomatico e mecenate, il suo regno consolidò lo splendore politico e culturale avviato da ʿAbd al-Raḥmān III. Questo articolo ripercorre la figura di un sovrano eccezionale che fece di Cordova la capitale intellettuale dell'Occidente islamico.
Infanzia e adolescenza
Figlio del califfo ʿAbd al-Raḥmān III e di una concubina di origine basca, al-Ḥakam II nacque prematuro il 13 gennaio 9151 a Cordova, dopo sette mesi di gestazione2.
Nonostante la nascita anticipata, fu riconosciuto fin dalla prima infanzia come erede al trono e proclamato principe a otto anni. Tale designazione gli garantì una formazione umanistica e scientifica di qualità eccezionale, che comprendeva teologia, diritto islamico, poesia, filosofia, medicina e astronomia. Gli permise di accostarsi tanto al sapere islamico quanto all'eredità greco-romana e gli forgiò una cultura enciclopedica che avrebbe segnato il suo futuro governo.
Oltre a questa formazione, ʿAbd al-Raḥmān III volle che il figlio acquisisse esperienza pratica negli affari di Stato e nell'arte della guerra. Per questo lo obbligò a partecipare a campagne militari —comprese le aceifas— contro i focolai di resistenza interna del Califfato e i regni cristiani del nord della Penisola. Queste esperienze contribuirono a familiarizzare il giovane principe con le complessità dell'amministrazione e della strategia politica.
Sul piano personale, il califfo impose al figlio un rigoroso isolamento a palazzo e gli vietò di sposarsi finché non avesse assunto il califfato; una decisione che avrebbe alimentato a corte le speculazioni sul suo orientamento sessuale3.

Ascesa al califfato
Nell'ottobre del 961, ʿAbd al-Raḥmān III morì a Medina Azahara e suo figlio al-Ḥakam II salì al trono a 47 anni. Fu proclamato califfo con il titolo onorifico di al-Mustanṣir bi-Llāh («Colui che invoca il soccorso vittorioso di Dio») e ricevette dai sudditi il giuramento di fedeltà, la bayʿa.
Il nuovo monarca ereditava un califfato al suo apogeo politico, economico e culturale, il che favorì una transizione pacifica e un'accoglienza favorevole tanto da parte della corte quanto del popolo, sostenuto dal prestigio già acquisito come amministratore, militare e mecenate delle arti e del sapere.
Tra le sue prime iniziative come califfo, al-Ḥakam II promosse il rafforzamento e la professionalizzazione dell'esercito, alla cui guida pose il generale Gālib4.
Modernizzò inoltre l'amministrazione dello Stato avvalendosi di governatori locali a lui fedeli. Promosse una burocrazia più efficiente e riformò il sistema fiscale per renderlo più equo, incentivando nelle zecche prossime a Cordova la coniazione massiccia di dirham d'argento5 e dinar d'oro di grande qualità.

Favorì anche la costruzione di nuovi edifici pubblici come moschee, scuole (madrase)7 e bagni (ḥammām), oltre a sistemi idraulici e logistici che contribuirono al miglioramento delle risorse agricole e urbane di al-Andalus.
Al-Ḥakam II fu noto anche per la sua devozione religiosa e la sua opera di beneficenza. Promulgò esenzioni fiscali, incoraggiò durante il mese di Ramaḍān la distribuzione di elemosine, fece riscattare prigionieri musulmani in territorio cristiano e organizzò la distribuzione di pane in tempi di carestia.
Nel 961-962 poté finalmente sposarsi e prese come moglie principale la schiava Ṣubḥ, che gli diede due figli maschi.
Politica peninsulare
Poco dopo la sua ascesa al trono omayyade, le relazioni del Califfato con i vicini cristiani del nord (Navarra, Castiglia e León) si fecero tese, poiché questi si rifiutavano di rispettare gli accordi di tregua e vassallaggio stabiliti in precedenza dal padre, ʿAbd al-Raḥmān III8.
Nel 962, al-Ḥakam II guidò personalmente un'aceifa di castigo contro il regno di León e ne ricavò ingenti bottini e prigionieri.
L'egemonia omayyade nella Penisola Iberica si rifletteva nelle visite diplomatiche che diversi monarchi cristiani fecero a Cordova, tra cui quella di Ordoño IV di León, ormai detronizzato9. Egli si presentò alla corte di al-Ḥakam II nella speranza di ottenere appoggio califfale per riconquistare il trono. Sebbene il califfo si mostrasse disposto a sostenerlo, un'ambasciata inviata da Sancho I riuscì a ribaltare la situazione promettendo di rispettare gli accordi precedentemente sottoscritti con ʿAbd al-Raḥmān III. Questa manovra diplomatica lasciò Ordoño senza scelta; il re morì misteriosamente nell'oblio qualche tempo dopo10.
Dopo la morte del rivale, Sancho I consolidò la propria posizione mediante una nuova alleanza con Fernán González di Castiglia, Sancho Garcés II di Navarra e i conti di Barcellona, una coalizione accolta con diffidenza dal potere omayyade, che la interpretò come una sfida alla propria influenza nel nord peninsulare.

In risposta a questa nuova intesa cristiana, nel 963 al-Ḥakam II intraprese una nuova campagna militare che culminò con la presa delle piazzeforti di Atienza, Calahorra e Gormaz (Soria). Quest'ultima fu ricostruita e trasformata in una fortezza strategica sotto la direzione del generale Gālib, consolidando così il dominio musulmano sulla frontiera della Contea di Castiglia.
Due anni dopo, Sancho I morì avvelenato e il Califfato di Cordova recuperò a livello peninsulare l'egemonia, partecipando come arbitro alle numerose crisi interne dei regni cristiani del nord.
Nel corso del decennio 970, Cordova si affermò come centro diplomatico di primo piano. Ibn Ḥayyān registra l'arrivo di varie ambascerie cristiane nel 971, come quella del conte di Barcellona —che consegnò prigionieri musulmani e doni— e quella del conte di Astorga, il quale informò sulle incursioni normanne nel Cantabrico. Vennero anche rappresentanti di León, Navarra, Salamanca e Castiglia, tutti interessati a negoziare tregue e patti, segno del riconoscimento dell'autorità omayyade.

Politica internazionale: tra alleanze e tregue di pace
Sotto il regno di al-Ḥakam II, il Califfato di Cordova consolidò la propria posizione di potenza egemone nel Mediterraneo occidentale grazie a una politica estera equilibrata fra diplomazia, difesa territoriale e proiezione internazionale.
Incursioni vichinghe
Le incursioni dei maǧūs (vichinghi) furono le uniche minacce esterne significative. Nel 966 una flotta normanna attaccò Lisbona11 e fu in seguito sconfitta alla foce del fiume Silves dalle truppe inviate da Siviglia12.
Tra il 971 e il 972 il cronista Ibn Ḥayyān documenta due incursioni vichinghe sulle coste dell'Algarve concluse in fallimento. Di fronte alla minaccia, fu mobilitata la flotta califfale al comando dell'ammiraglio Ibn Rumāḥis e del generale Gālib, ma il suo intervento non si rese alla fine necessario: percependo la risposta militare organizzata, gli assalitori scandinavi preferirono ritirarsi precipitosamente prima di qualsiasi scontro.
Relazioni con Bisanzio
Proseguendo la politica estera inaugurata dal padre, al-Ḥakam II mantenne i legami diplomatici con l'Impero bizantino.
Cordova e Costantinopoli si scambiarono ambascerie che, oltre alla loro dimensione politica, riflettevano un comune interesse per il dominio del Mediterraneo. Uno degli episodi più emblematici di questo contatto fu l'invio, da parte dell'imperatore Niceforo II Foca, di un mosaicista insieme a 320 quintali di tessere dorate13 destinate a ornare il nuovo mihrab della moschea di Cordova allora in costruzione, completato nel 96514. Questo gesto, carico di simbolismo, attestava non solo il rispetto fra le due corti, ma anche lo scambio artistico e di saperi fra Oriente e Occidente.

Ambascerie a Ottone I
Durante il califfato di al-Ḥakam II, Cordova mantenne relazioni diplomatiche con la corte di Ottone I, imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, in un contesto di crescente interazione fra le principali potenze del Mediterraneo.
Tali ambascerie miravano a stabilire canali di comunicazione politica, garantire la sicurezza dei mercanti cristiani in territorio andaluso ed esplorare possibili accordi in materia di navigazione e commercio.
L'accoglienza di emissari imperiali alla corte omayyade, così come l'invio di delegazioni cordovane in terre germaniche, testimoniano l'interesse di entrambe le parti a consolidare legami stabili al di là delle differenze religiose.
Alleanze nel Maghreb
Al-Ḥakam II mantenne nel Maghreb la politica di alleanze con le tribù berbere e i governatori locali, sulla linea tracciata dal padre, ʿAbd al-Raḥmān III, dato che la regione era strategica per controllare le rotte commerciali e marittime del Mediterraneo e consolidare la presenza militare omayyade.
Le tribù Zanāta e Magrāwa si schierarono con gli Omayyadi, mentre gli Ziridi mostravano simpatia verso i Fatimidi sciiti. A questa coalizione omayyade si aggiunsero i Banū Ḥamdūn, che abbandonarono la loro fedeltà ai Fatimidi per appoggiare il Califfato cordovano.
Per reazione, i Fatimidi sostennero l'idriside al-Ḥasan Ibn Qannūn nel nord del Marocco. Al-Ḥakam II rispose con un'offensiva terrestre e navale diretta dal generale Gālib, accompagnato da Ibn Abī ʿĀmir. Dopo una sconfitta iniziale a Tangeri nel 972, le forze omayyadi ottennero la vittoria definitiva nel 97415, consolidando il dominio sullo Stretto attraverso il controllo di Algeciras e Ceuta. In riconoscimento, Ibn Abī ʿĀmir fu nominato Grande Cadì del Maghreb. Tale controllo dello Stretto permise inoltre di sorvegliare il commercio proveniente dal Mediterraneo e, in particolare, quello della rotta dell'oro subsahariano16.

Queste alleanze agevolarono inoltre l'incorporazione di contingenti berberi nell'esercito califfale. Per quanto si distinguessero per efficacia militare, la loro presenza crescente in al-Andalus, e in particolare a Cordova, avrebbe generato anni più tardi tensioni di carattere etnico con gli andalusi locali.
Cordova e Medina Azahara, centri del sapere e della cultura
Al-Ḥakam II, grazie all'eccellente educazione umanistica e religiosa ricevuta, fu un grande bibliofilo. Fondò nell'Alcázar di Cordova un'immensa biblioteca enciclopedica che, secondo le fonti, arrivò a contare oltre 400.000 volumi e divenne una delle più vaste del mondo medievale. Per ampliarla inviò delegazioni in Egitto e in Oriente affinché acquistassero i manoscritti scientifici, filosofici, giuridici e letterari più recenti che riuscissero a trovare17.
La biblioteca non si limitava a immagazzinare opere: funzionava come centro di copia, traduzione e catalogazione, con scribi specializzati e cataloghi che occupavano decine di volumi. Diverse di queste opere sarebbero giunte in Occidente attraverso traduzioni dall'arabo al latino18.
L'ambiente intellettuale promosso da al-Ḥakam II attirò inoltre figure eccezionali quali Ḥasdai ibn Shaprūṭ19, Abū al-Qāsim al-Zahrāwī20, al-Maǧrīṭī21 o Ibn Ǧulǧul22, fra gli altri, che fecero di Cordova la Mecca del sapere, delle scienze e degli studi umanistici a livello peninsulare e internazionale.
Cordova: la ristrutturazione della moschea e della città
La stabilità interna del Califfato permise ad al-Ḥakam II di realizzare un ambizioso programma di riforme urbane a Cordova, volto a modernizzare la città e a rispondere alla sua popolazione in crescita23.
Tra gli interventi più rilevanti figura l'ampliamento della Grande Moschea di Cordova, diretto dal ciambellano Ǧaʿfar b. ʿAbd al-Raḥmān al-Ṣiqlābī24. Si ampliarono le navate e si incorporò un nuovo mihrab di stile bizantino, ornato da mosaici dorati realizzati da artisti inviati dall'imperatore Niceforo II Foca.

Vi furono anche a Cordova lavori che comprendevano il rinnovamento dei sistemi di acqua corrente mediante nuove canalizzazioni e fontane pubbliche, il restauro del ponte romano con la costruzione di una diga, e il ripristino dei mulini della scogliera, essenziali per l'approvvigionamento alimentare. Si ampliò il suq dei rigattieri, il che comportò il trasferimento della Casa della Posta (Dār al-Barīd) e l'allargamento della via principale del mercato. Fu inoltre esteso il cimitero di Umm Salama, segno della crescita demografica.
Queste riforme consolidarono Cordova come città modello del mondo islamico, simbolo di ordine, raffinatezza e potere califfale.
La situazione sociale dei mozarabi e degli ebrei
Sotto il regno di al-Ḥakam II, mozarabi ed ebrei, sebbene protetti come dhimmī, erano soggetti a imposte specifiche e a restrizioni sociali26. Tuttavia, a differenza di altri periodi andalusi, conobbero una relativa tolleranza fino alla morte di al-Ḥakam II27.
L'arabizzazione di al-Andalus si consolidò nel X secolo come una politica di Stato che, pur non sempre coercitiva, promosse un'assimilazione progressiva che indebolì le identità religiose non islamiche. In città come Cordova, i cristiani mozarabi vissero un processo di integrazione sociale e culturale segnato dall'adozione dell'arabo come lingua abituale e dalla loro partecipazione attiva all'amministrazione, ai mestieri e al commercio. Tale integrazione comportò però una profonda acculturazione: il latino, lingua tradizionale di cultura tra i cristiani, era praticamente scomparso negli ambienti urbani.
In questo contesto di assimilazione culturale spicca, come eccezione, la figura del vescovo mozarabo Recemundo, noto anche come Rabīʿ ibn Zayd. Grazie alla sua padronanza del latino e dell'arabo, svolse un ruolo di rilievo come diplomatico ed erudito alla corte di al-Ḥakam II. La sua opera più nota, il Calendario di Cordova, dedicata al califfo, costituisce una fonte essenziale per lo studio dei saperi astronomici, agricoli, medici e religiosi di al-Andalus. Riflette l'alto livello intellettuale dell'epoca e il ruolo attivo che i mozarabi svolsero nella trasmissione della conoscenza fra le culture.
Nonostante questa relativa tolleranza, la pressione e il proselitismo affinché tali minoranze si convertissero all'islam furono costanti, rafforzati anche da incentivi fiscali e giuridici che favorivano i nuovi convertiti musulmani.
Medina Azahara, simbolo della potenza omayyade
Medina Azahara (Madīnat al-Zahrāʾ in arabo) fu uno dei grandi centri nevralgici del potere omayyade in al-Andalus. Fondata da ʿAbd al-Raḥmān III nel 936 come simbolo della legittimità califfale, la città palatina era già funzionante come sede politica e cerimoniale quando al-Ḥakam II salì al trono. Sotto il suo regno i lavori proseguirono con nuovi interventi architettonici che rafforzarono il carattere rappresentativo del complesso e ne elevarono la raffinatezza estetica mediante fontane ornamentali, delicate decorazioni in stucco (yeserías) ed epigrafie cufiche.
Per abbellirne gli spazi vi si incorporarono colonne antiche provenienti dall'Hispania romana e da altre regioni del Mediterraneo, integrando elementi classici nell'architettura islamica.
Medina Azahara ospitava non solo il palazzo reale, ma anche uffici amministrativi, giardini, terme, canali d'irrigazione, moschee e sale destinate al ricevimento di ambascerie straniere. Divenne uno scenario privilegiato per la messa in scena del potere califfale, dove avevano luogo udienze ufficiali, banchetti diplomatici e cerimonie solenni che proiettavano l'autorità omayyade dentro e fuori al-Andalus.

L'ascesa di Almanzor e gli intrighi di Ṣubḥ
Muḥammad b. Abī ʿĀmir, più noto come Almanzor, compare sulla scena politica omayyade già nel 967, quando fu nominato amministratore dei beni del principe ereditario Hishām, ancora bambino. La sua efficienza e la sua ambizione lo portarono rapidamente a ricoprire incarichi chiave come la direzione della polizia di Cordova e la guida della Zecca di Medina Azahara, che gli consentì il controllo delle finanze del Califfato. Partecipò inoltre alle campagne omayyadi del Maghreb, ottenendo la carica di Cadì del Maghreb e accrescendo così il proprio prestigio politico e la propria influenza a corte.
Ṣubḥ, dal canto suo, era una schiava del nord cristiano28, forse basca o navarrina, divenuta moglie favorita di al-Ḥakam II e madre di due figli maschi: ʿAbd al-Raḥmān (primogenito, nato nel 962 e morto giovane nel 970) e Hishām.
Ṣubḥ tessé un'alleanza strategica con Ibn Abī ʿĀmir, mirando a far riconoscere Hishām da al-Ḥakam II come principe ereditario. Da parte sua, Ibn Abī ʿĀmir, sostenuto dalla regina, accrebbe la propria quota di potere e nel 970 il suo nome cominciò a comparire sulle monete d'oro emesse dalla zecca cordovana, fatto inedito nella storia di al-Andalus. Poco a poco, Ibn Abī ʿĀmir sarebbe arrivato a governare al-Andalus come un vero favorito, prendendo parte a decisioni militari, fiscali e giudiziarie, in un'ascesa discreta ma ferma.

Ultimi anni: i problemi successori
Negli ultimi anni del regno di al-Ḥakam II, la questione successoria divenne la principale sfida politica del Califfato. Il califfo, che aveva avuto figli in età avanzata, vide morire il primogenito ʿAbd al-Raḥmān nel 970, il che lasciò come unico erede Hishām II, nato nel 965. La giovane età del principe, sommata al progressivo deterioramento della salute del monarca, generò una crescente incertezza istituzionale.
Per garantire la continuità dinastica, al-Ḥakam II intraprese fra il 971 e il 974 una campagna di legittimazione che ebbe il sostegno attivo della moglie Ṣubḥ; tale campagna mirava anche a contrastare le voci che circolavano tra la popolazione su una presunta relazione tra Ibn Abī ʿĀmir e la concubina Ṣubḥ, fornendo inoltre ad alcuni cortigiani e poeti argomenti e ispirazione per schernire il califfo. Per porre fine a tali scherni e dicerie, il governatore di Cordova ordinò nel 972 l'incarcerazione di vari di questi cortigiani e poeti, in un gesto che mirava a riaffermare l'autorità califfale e a proteggere la stabilità istituzionale di fronte ai pettegolezzi del popolo.
Tra il 972 e il 973 si perse definitivamente l'enclave omayyade di Fraxinetum, sulla Costa Azzurra francese, conquistata da una coalizione di nobili provenzali29.
Tali rovesci misero in luce i primi segnali di debolezza del potere califfale, che si accentuarono nel 974, quando il califfo al-Ḥakam II fu colpito da emiplegia, probabilmente provocata da un ictus. Quell'episodio segnò un significativo deterioramento della sua salute, indebolendo ulteriormente la stabilità politica del Califfato.
In questo clima di crisi istituzionale e territoriale emerse con forza la figura di al-Mugīra, fratello minore di al-Ḥakam II, di 27 anni, promosso da alcuni settori della corte come alternativa al nipote Hishām. Tra i suoi principali sostenitori figuravano i ṣaqāliba (ufficiali militari di origine slava), che vedevano in al-Mugīra un'opzione più stabile e giovane per il trono. Tale candidatura costituiva una minaccia diretta agli interessi del principe ereditario, difesi da un blocco di corte guidato da Ṣubḥ, Ibn Abī ʿĀmir (Almanzor) con i suoi parenti e clienti, e dal primo visir (ḥāǧib) Ǧaʿfar b. ʿUṯmān al-Muṣḥafī.

Quello stesso anno, altri due eventi esterni misero ancora alla prova la già fragile stabilità del Califfato. Da un lato, a Siviglia una folla diede l'assalto alla prigione locale chiedendo la liberazione di alcuni notabili imprigionati, episodio represso con durezza dalle autorità30. Allo stesso tempo, sulla frontiera cristiano-andalusa, il nuovo conte di Castiglia, Garci Fernández, attaccò il castello di Deza, approfittando del fatto che la maggior parte delle truppe andaluse era impegnata nel Maghreb. Il nobile castigliano fu però sconfitto dai musulmani.
Nel 975 la salute di al-Ḥakam II era ormai sempre più compromessa. Per consiglio dei suoi medici dovette essere trasferito a Cordova, poiché il clima di Medina Azahara era diventato troppo freddo. Approfittando di tale congiuntura, le truppe castigliane attaccarono Gormaz e il generale Gālib, alla testa di truppe cordovane, frontaliere e di volontari della fede, le combatté e le sconfisse.
Morte e discendenza
Nel febbraio del 976, di fronte alle pretese al trono di al-Mugīra e a causa del peggioramento della salute di al-Ḥakam II, si celebrò la bayʿa31, ovvero il giuramento di erede, in favore di Hishām, allora di 11 anni, per assicurargli la successione e il riconoscimento come futuro califfo.
Otto mesi più tardi, il 1º ottobre 976, al-Ḥakam II morì a 61 anni a causa delle complicazioni della sua emiplegia32.
Fu allora che due fityān (servitori di corte), Fāʾiq al-Mustanṣirī al-Niẓāmī33 e Ǧawḏar34, decisero di organizzare una congiura per portare al-Mugīra al califfato in luogo di Hishām (il quale avrebbe conservato lo status di principe ereditario) in cambio della loro nomina a ministri. La congiura fu però scoperta e Ibn Abī ʿĀmir e Ǧaʿfar b. ʿUṯmān al-Muṣḥafī decisero di agire e di sottoporre il caso al consiglio dei notabili, il quale condannò all'unanimità a morte al-Mugīra.
Lo stesso giorno, al-Mugīra fu così catturato e condotto all'Alcázar di Cordova, dove fu immediatamente giustiziato35. Fāʾiq e Ǧawḏar furono anch'essi puniti per il loro coinvolgimento.
La morte di al-Mugīra non risolse soltanto un problema dinastico: permise a Ibn Abī ʿĀmir di consolidare la propria posizione di figura di potere alla corte cordovana. Con quell'atto il visir riuscì a neutralizzare le possibili alleanze che al-Mugīra avrebbe potuto tessere, in particolare con gruppi come i ṣaqāliba, la cui fedeltà era volubile e dubbia, mentre poté appoggiarsi saldamente su altri gruppi come i berberi o i membri della propria famiglia, gli Amiridi.
Da quel momento, Ibn Abī ʿĀmir si impose come il nuovo uomo forte del Califfato e l'autentico favorito del futuro califfo Hishām II.
Bibliografia e risorse web
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- Un'altra possibile data della sua nascita è il 20 gennaio, proposta dall'arabista Joaquín Vallvé. Cfr. Vallvé Bermejo, Joaquín (2003), Abderramán III: califa de España y Occidente, Ariel, p. 18. ↩
- Vallvé Bermejo, Joaquín (2003); op. cit., p. 20. ↩
- In molti ritenevano che il principe fosse omosessuale per via della sua astinenza sessuale e della cura con cui custodiva la propria vita privata. ↩
- Gālib ibn ʿAbd al-Raḥmān (ca. 900-981) fu uno dei più importanti generali del Califfato di Cordova. Di origine slava, ottenne la libertà sotto il regno di ʿAbd al-Raḥmān III e fece rapida carriera nella gerarchia militare. Servì con distinzione i primi tre califfi omayyadi, segnalandosi nelle campagne contro i regni cristiani del nord e nella difesa delle frontiere. Raggiunse il massimo prestigio sotto al-Ḥakam II e morì in combattimento a Torrevicente (Soria) nel 981. Cfr. Merouac, Mohamed (1990), «La biographie de Galib…», Al-Qantara, XI (1), pp. 95-112. ↩
- Vi furono dirham di grande modulo, di diametro superiore a quello consueto, probabilmente coniati per commemorare le vittorie omayyadi nel Maghreb. ↩
- «Dinar de al-Ḥakam II 360 H», We are Numismatics. ↩
- Una fonte afferma che fece costruire circa 25 scuole coraniche gratuite per i poveri. ↩
- Il conflitto con il Regno di León nacque dalla rivendicazione di dieci castelli che Sancho I il Grasso si era impegnato a consegnare al califfo ʿAbd al-Raḥmān III in virtù di un patto precedente. Nel caso del Regno di Navarra, la tensione sorse quando il re García Sánchez si rifiutò di liberare il conte di Castiglia, Fernán González, che era prigioniero a Pamplona. Entrambi i monarchi cristiani giustificarono il mancato rispetto dei propri impegni sostenendo che gli accordi avessero perso validità con la morte del califfo ʿAbd al-Raḥmān III, il che rivelava una strategia diplomatica per sganciarsi dagli obblighi contratti con il potere omayyade. ↩
- Ordoño IV di León, soprannominato «il Cattivo», fu re del Regno di León fra il 958 e il 960, in un periodo segnato da intense lotte dinastiche e da instabilità politica. Figlio di Alfonso IV il Monaco e della principessa navarrina Onneca Sánchez, salì al trono grazie all'impulso del conte Fernán González, che lo strumentalizzò per indebolire Sancho I. Il suo regno fu breve e turbolento, caratterizzato da scarsa abilità politica, mancanza di leadership e da una personalità che le cronache descrivono come meschina e poco carismatica. Incapace di consolidare appoggi nella nobiltà, fu deposto e costretto a cercare rifugio a Cordova, dove morì in esilio verso il 962 o il 963, dopo aver invano implorato l'aiuto militare del califfo al-Ḥakam II per riprendersi il trono. ↩
- Non si sa se per suicidio o, come ritengono alcuni studiosi, più probabilmente per un avvelenamento ordinato dalla sua ex moglie Urraca Fernández, figlia di Fernán González, conte di Castiglia. ↩
- Camacho, Cristina e Valera, Rafael (2022), Historia y arqueología de la vida en Al-Ándalus, Editorial Almuzara, Cordova, p. 51. ↩
- Nicolle, David (2000), «Moors against Majus», Osprey Publishing [consultato il 27/09/2025]. ↩
- Simón, Elisa, «Mihrab de la Mezquita de Córdoba», blog De al-Andalus a Sefarad [consultato il 27/09/2025]. ↩
- Secondo quanto recita l'iscrizione del mihrab. Cfr. Simón, Elisa, «Mihrab de la Mezquita de Córdoba», art. cit. ↩
- Merouac, Mohamed (1990), «La biographie de Galib…», Al-Qantara, XI (1), pp. 100-102. ↩
- Cfr. De Villar Iglesias, José Luis (2020), «Los aspectos económicos en la batalla por el Magreb…», Espacio Tiempo y Forma. Serie III, Historia Medieval, 33 (2020), pp. 653-676. ↩
- Commissionò persino a un vescovo di Girona la stesura di una Storia dei Franchi che entrò poi a far parte della biblioteca cordovana. ↩
- Si racconta che disponesse di una legione di rilegatori, bibliotecari e soprattutto copisti, fra cui un centinaio di donne, fra le quali si distinse Lubnà. ↩
- Diplomatico e medico di origine ebraica morto nel 970, fu medico di corte sotto i regni di ʿAbd al-Raḥmān III e al-Ḥakam II. Tradusse in arabo il De materia medica di Dioscoride. Cfr. Elia, Ricardo H. (2006), «Dioscórides rescatado por los andalusíes», Estudios de Historia de España, VIII (2006), pp. 88-92. ↩
- Pioniere della chirurgia, autore del trattato Al-Taṣrīf, che descriveva oltre 200 strumenti chirurgici e tecniche mediche avanzate. La sua opera fu tradotta in latino e utilizzata in Europa fino al XVII secolo. ↩
- Astronomo e matematico nato a Madrid, introdusse il sistema decimale e migliorò le tavole astronomiche di al-Ḫwārizmī. Fondò una scuola scientifica che avrebbe influenzato pensatori come Averroè. ↩
- Medico e farmacologo, autore del trattato Kitāb al-Ṭabaqāt al-aṭibbāʾ, opera sui medici antichi e contemporanei che sistematizzò il sapere greco-islamico. Conobbe Ibn Shaprūṭ e la sua scuola. ↩
- Cfr. Camacho, Cristina e Valera, Rafael (2022), Historia y arqueología de la vida en Al-Ándalus, Editorial Almuzara, Cordova, pp. 113-114. ↩
- Eunuco liberto, da non confondere con Ǧaʿfar b. ʿUṯmān al-Muṣḥafī. Trae il suo secondo nome dal califfo ʿAbd al-Raḥmān III, al quale servì occupando vari incarichi come responsabile della manifattura tessile (Dār al-Ṭirāz) e ḥāǧib. Sotto al-Ḥakam II continuò a esercitare tali cariche finché il califfo lo nominò direttore dei lavori di ampliamento della Moschea di Cordova, affidandogli la costruzione del celebre mihrab. Il suo nome compare fino a quattro volte nell'opera omayyade. È sua anche la cosiddetta Casa di Ǧaʿfar a Medina Azahara, una delle meglio conservate del recinto archeologico andaluso. Cfr. Manzano Moreno, Eduardo (2019), La corte del califa. Cuatro años en la Córdoba de los Omeyas, Crítica: Serie Mayor, Barcellona. ↩
- López Márquez, José Manuel (2013), «El háyib Yafar», blog Numespa.es [consultato il 27/09/2025]. ↩
- Ad esempio, non potevano andare a cavallo ma soltanto su mulo o asino e dovevano portare un turbante o una cintura distintiva di colore azzurro. ↩
- Gómez Muñoz, Guadalupe (2011), «Los mozárabes en la Serranía de Córdoba», conferenza. Jornada en Defensa de los Caminos, X Aniversario de la Plataforma A Desalambrar, Sala Victoria, Cordova, 6 novembre 2011 [consultato il 27/09/2025]. ↩
- Dato che al-Ḥakam II osservò un periodo di astinenza sessuale fino all'assunzione del califfato e al matrimonio, contratto nel 961, si dice che potesse essere omosessuale e che gli piacesse persino vedere la sua prima compagna, Ṣubḥ —che chiamava anche Ǧaʿfar—, travestita da uomo (ġulāmiyya). Cfr. Marín, Manuela (1997), «Una vida de mujer: Subh», in Biografías y género biográfico en el occidente islámico, a cura di M.ª Luisa Ávila Navarro, pp. 425-445. ↩
- Demichelis, Marco (2022), «Musulmanes en Saint Tropez: al-Andalus fuera de al-Andalus. Datos históricos, narrativas y dudas sobre Ŷabal al-Qilāl», rivista digitale Al-Andalus y la Historia [consultato il 23/09/2025]. ↩
- Non si conoscono i motivi di tale rivolta; forse una reazione delle famiglie tradizionali che si sentivano scavalcate dai muladi e dai berberi, oppure una questione legata alle leggi o al fisco. ↩
- La bayʿa (in arabo: البيعة) era l'atto di giuramento di fedeltà che legittimava il potere di un sovrano nel mondo islamico, al-Andalus inclusa. Sebbene la sua origine fosse religiosa —la comunità musulmana giurava fedeltà al capo come guida politica e spirituale—, nel contesto andaluso assunse un carattere politico e cerimoniale, soprattutto nella successione califfale. Si svolgeva nell'Alcázar califfale di Cordova, alla presenza del califfo uscente (se in vita), dei suoi ministri e dei rappresentanti dei diversi corpi dello Stato. ↩
- Probabilmente un infarto, dato che aveva accusato dolori al petto mesi prima. ↩
- Come riferisce Sophie Makariou, Fāʾiq era un liberto, uomo colto e di lettere. Era fratello di Ṣubḥ e dunque zio di Hishām. Sotto il califfato di al-Ḥakam II divenne il suo schiavo prediletto. Visse nell'ala occidentale del palazzo di Medina Azahara. Fu inoltre responsabile della bottega reale incaricata di produrre oggetti di lusso per la corte. Cfr. Makariou, Sophie (2010), «The Al-Mughira Pyxis and Spanish Umayyad Ivories: Aims and Tools of Power», in Umayyad Legacies. Medieval Memories from Syria to Spain, Brill, pp. 313-335 [consultato il 23/09/2025]. ↩
- Ǧawḏar era anch'egli un liberto e, come Fāʾiq, partecipava ai protocolli relativi alle feste di corte. Sembra abbia preso parte al viaggio che condusse un al-Ḥakam II ammalato da Medina Azahara a Cordova. Makariou, Sophie (2010), art. cit. ↩
- Secondo quanto riferisce Sophie Makariou, al-Mugīra accettò controvoglia la proposta dei due liberti. Ciononostante, l'accettò. Scoperta la congiura, fu giustiziato per strangolamento davanti alle sue mogli e, una volta morto, fu appeso nella stanza per simulare un suicidio. Successivamente fu sepolto in quella stessa stanza, che fu murata. Makariou, Sophie (2010), art. cit. ↩
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