Il tuono che nessuno udì

Arco della Porta dell'Imbarcadero di Niebla, in pisé con buche pontaie su una base di conci squadrati, aperto sulla riva
Porta dell'Imbarcadero. Niebla, agosto 2026.

La Porta dell'Imbarcadero di Niebla non conduce da nessuna parte. Ci si entra e si esce in campagna.

Più in basso scorre il Tinto, stretto e con le rive folte, lì senza quell'intenso colore di ruggine che gli ha dato il nome. Ormai nulla lo risale, ma il nome della porta dice ciò che fu: qui la città toccava l'acqua e qui attraccavano le barche che facevano la spola fino all'estuario. Niebla allora si chiamava Labla ed era la testa del Garb, l'ultimo lembo in mano musulmana a ovest di Siviglia.

Il fiume Tinto ai piedi delle mura di Niebla, acqua verdastra tra canne ed eucalipti
Il Tinto ai piedi delle mura. Gli eucalipti arrivarono quasi sette secoli dopo.

Una città di terra

Ibn Maḥfūẓ governava Labla dal 1234. Aveva visto cadere Cordova, Siviglia e Jerez, ed era ancora al suo posto. Sopravvivere significava pagare e tacere: dal 1253 era vassallo della Castiglia e le versava il suo tributo. Nel 1261 Jerez tornò in mani castigliane e nel sud-ovest rimase un solo pezzo sulla scacchiera. Alfonso X sapeva quale fosse, ma ciò che si trovò davanti non era una muraglia di conci squadrati. Era pisé.

Il rievocatore abituato alla pietra tende a disprezzarlo. Sbaglia. Il muratore almohade alzava il pisé a strati, dentro una cassaforma di tavole: versava terra mista a calce e ghiaia, la batteva, alzava la cassaforma e ricominciava. I travicelli che tenevano la cassaforma hanno lasciato buche pontaie che si vedono ancora, allineate in file, come se qualcuno avesse contato i giorni. È rapido ed economico. E davanti a una macchina a contrappeso si comporta al contrario della pietra squadrata: non si sfalda, assorbe. Il proiettile entra, lascia il cratere e resta lì. Bisogna colpire molte volte lo stesso punto per aprire qualcosa che somigli a una breccia.

Cortina in pisé rossastro delle mura almohadi di Niebla, con file di buche pontaie
Pisé almohade. Ogni fila di buche pontaie segna un rialzo della cassaforma. A sinistra, la muratura in pietrame di un'opera posteriore.

Le mura di Niebla misurano circa due chilometri di perimetro, contano una cinquantina di torri e aprono cinque porte.[1] Solo gli spigoli sono in pietra da taglio. Era questo il conto che Alfonso X doveva fare. Pose il campo e attese.

Passò nove mesi a guardare un muro.[2] Un'estate, un autunno e un inverno. L'assedio di Niebla non fu un assalto, ma una stagione dopo l'altra: un esercito seduto nella piana del Tinto, prima con il sole di Huelva che gli calcinava la testa e poi con il fango fino alle caviglie.

Si racconta che una nube di tafani si abbatté sull'accampamento cristiano e per poco non lo costrinse a levare le tende, e che il re risolse la faccenda pagando ogni insetto morto che gli portavano.[3] È una storia eccellente, e tarda, con la forma perfetta delle storie che poi raccontano i nonni. La lascio dov'è: come tradizione, non come fatto.

La prima cosa che fece il re fu tagliare: l'acqua, la strada, il fiume. La Porta dell'Imbarcadero smise di essere una porta e divenne un muro in più. Dentro si mangia quello che c'è, e quello che c'è finisce. Ibn Maḥfūẓ trattò, consegnò la città e ciò che gli restava dell'Algarbe, e ricevette in cambio rendite a Siviglia.[4] Ne uscì vivo, che nel suo mestiere valeva come una vittoria.

E in un momento di quei nove mesi, a quanto si ripete da due secoli, tuonò la polvere da sparo.

Ciò che dice la fonte e ciò che le si fa dire

La cronaca castigliana dell'assedio dice questo delle armi, e nient'altro:

«E desque y llegó mandó asentar los reales e pusyéronles muchos engennos, commo quier que en algund tiempo la villa era muy fortalezida e bien çercada de buen muro…»

[«E appena vi giunse fece porre il campo, e furono messi contro di loro molti engennos, benché la città fosse allora assai fortificata e ben cinta da un buon muro…»]

Engennos. Ingegni. Macchine. La parola comprende il trabucco, il mangano, la briccola, la petriera: torsione, trazione e contrappeso. Non comprende l'artiglieria a polvere. Per quella il castigliano aveva un'altra parola, truenos, «tuoni», e la usa, ma la usa ottant'anni più tardi.

C'è poi un problema di data che non è da poco. La Crónica de Alfonso X non l'ha scritta Alfonso X. La fece comporre il suo pronipote, Alfonso XI, intorno al 1344, e la tradizione la attribuisce a Fernán Sánchez de Valladolid, lo stesso uomo a cui attribuisce la Crónica de Alfonso XI.[5] Il suo rapporto con ciò che accadde nel 1262 è quello di un testimone che arriva quando se ne sono già andati tutti. Basta un dettaglio per misurare la distanza: il cronista descrive le torri di Niebla «tutte lavorate in pietra» (labradas todas de piedra). Quelle ancora in piedi sono, quasi tutte, di terra battuta con gli spigoli in pietra da taglio. Forse non le vide mai. Forse scrisse la formula che si scriveva per qualunque piazzaforte.

Porta di Siviglia a Niebla, con arco e stipiti in conci squadrati inseriti in cortine di pisé
Porta di Siviglia. Conci nell'arco e negli stipiti; terra battuta nelle cortine. Il cronista ricordò le mura di pietra.

Quello stesso cronista la polvere la conosceva bene. Quando racconta l'assedio di Algeciras del 1342-1344 non lascia dubbi: i difensori lanciavano palle di ferro con i truenos, e il membro che colpivano lo portavano via di netto, «levábalo a cercén, como si ge lo cortasen con cochiello».[6] Questa è artiglieria. E la mano che seppe nominarla ad Algeciras scrisse engennos a Niebla.

Da dove viene, allora, il tuono di Niebla? Non dalla cronaca. Da un libro del 1820. Quell'anno uscì dai torchi la Historia de la dominación de los árabes en España di José Antonio Conde, arabista e accademico, e in essa quelli di Niebla si difendono con pietre, dardi e «tiros de trueno con fuego», «colpi di tuono con fuoco».[7] Conde attribuì la frase a una cronaca araba e non disse quale. Nel 1849 Reinhart Dozy dimostrò che le sue traduzioni non meritavano fiducia. Modesto Lafuente riprese la notizia poco dopo nella sua Historia general de España e avvertì in nota che ne ignorava la fonte e che le parole potevano essere alterate o mal tradotte. Nessuno di quegli avvertimenti viaggiò lontano quanto la frase.

Poi la leggenda ha continuato a gonfiarsi. Circola ancora il passo di Algeciras, quello delle palle di ferro e del coltello, incollato all'assedio di Niebla come se l'avesse scritto un testimone del 1262.[8] Così si fabbrica un primato: una traduzione senza manoscritto, un passo di un altro assedio e molta voglia di essere i primi.

Conviene separare tre cose che di solito vanno mescolate. Attestato: l'artiglieria a polvere ad Algeciras, 1342-1344. Possibile: che il salnitro fosse conosciuto in al-Andalus prima del 1262, perché Ibn al-Bayṭār, botanico di Malaga morto nel 1248, lo descrive già come «neve di Cina», e che a Niebla si usassero artifici incendiari, che non è la stessa cosa dell'artiglieria.[9] Non documentato: che nel 1262 abbia tuonato un cannone. Per misurare cosa comporterebbe basta un dato: la prima immagine europea di un cannone compare in un manoscritto inglese del 1326.

Ed è qui che conviene porsi la domanda che la leggenda copre. Se per nove mesi non ci furono tuoni, che cosa ci fu?

Ciò che c'era davvero

Ci furono uomini che si tiravano addosso da ottanta metri, tutti i giorni, per tre stagioni.

Torre in pisé delle mura di Niebla vista dal pendio
Una torre delle mura vista dal pendio. Così la guardava chi stava fuori.

La balestra fu l'arma di quell'assedio, da entrambe le parti del muro. Arco composito di legno, corno e tendine; noce d'osso o di corno di cervo; corda di canapa. È lenta: con il piede nella staffa e il gancio alla cintura, un balestriere tira un paio di verrettoni al minuto se nessuno lo disturba, molti meno di un arciere. Proprio per questo è l'arma dell'assedio e non della battaglia. In un assedio il tempo non manca. Si uccide piano e senza fretta. Dietro un parapetto, con la noce armata, un fante con qualche settimana di pratica abbatte un cavaliere che da vent'anni si prepara alla guerra.

La Chiesa l'aveva già notata. Il secondo concilio Lateranense, nel 1139, la condannò con parole dure:

«Proibiamo sotto pena di anatema che d'ora in poi si eserciti contro cristiani e cattolici quell'arte mortifera e odiosa a Dio dei balestrieri e degli arcieri».[10]

Il canone parla di morte e di Dio. Molti storici vi leggono sotto un'altra inquietudine: un'arma che rende pari sul campo uomini di valore molto diverso agli occhi del re. A Niebla, del resto, il canone non riguardava nessuno. Quelli di dentro non dovevano obbedienza al papa, e quelli di fuori tiravano contro infedeli.

Il verrettone non taglia: perfora. Porta una punta forgiata a sezione piramidale o ad ago, senza alette, innestata su un'asta corta e pesante di una trentina abbondante di centimetri. Contro un usbergo di maglia cerca l'anello, lo fa saltare al rivetto e passa. Contro un elmo a coppo piatto rimbalza se l'angolo aiuta, ed entra se no.

Un secchio d'acciaio

Proprio in quel secolo i cavalieri cristiani cominciano a infilare la testa dentro una latta.

Il grande elmo, quello che chiamiamo elmo a secchio o a barile, non è una moda né un capriccio araldico. È la risposta di un fabbro a un problema di proiettili e di lancia. Chiude tutto il volto. Lascia all'altezza degli occhi due fessure strette e, più in basso, alcuni fori di respirazione che non bastano. La protezione si paga con due monete: non vedi e non respiri. Questo non si impara su un libro. Si impara il primo pomeriggio di luglio che si passa là dentro.

La replica proposta da La Casa del Recreador riproduce quel tipo: coppo quasi piatto, corpo cilindrico e una croce di ottone rivettata sul fronte, con il braccio orizzontale all'altezza degli occhi. È la sagoma che dipinsero, pochi anni dopo l'assedio, i miniatori delle Cantigas de Santa María nella bottega dello stesso Alfonso X.[11] È in acciaio ad alto tenore di carbonio da 1,6 millimetri, con tutti i pezzi uniti da rivetti d'acciaio. Pesa circa 3,8 chili. Misura 26 centimetri dalla nuca al viso, 21 da un orecchio all'altro e 32 di altezza. Ogni fessura visiva è lunga circa 15 centimetri e larga appena 1,3. All'interno è verniciato di nero antiruggine, con imbottitura in cuoio regolabile rivettata e sottogola in cuoio con fibbia in ottone anticato. Accetta una circonferenza della testa fino a 74 centimetri, e questo dato conta più di quanto sembri.[12]

Replica di grande elmo a coppo quasi piatto e corpo cilindrico, con croce di ottone rivettata sul fronte, XIII secolo
Grande elmo a coppo piatto. Quasi quattro chili d'acciaio e una croce d'ottone all'altezza degli occhi.

Perché il grande elmo non si mette sui capelli. A metà del XIII secolo si indossa sopra più strati: prima una cuffia imbottita, poi il camaglio di maglia e, a volte, un cercine di stoffa che assesta l'elmo e distribuisce il colpo. La calotta di ferro portata sotto l'elmo, la cervelliera, si diffonde un po' più tardi. Misura la testa con tutto questo addosso. Quei 74 centimetri lasciano spazio agli strati; un elmo che non ne tiene conto non ti entra.

Una precisazione cronologica per chi rievoca il 1262 e non vuole sentirselo rinfacciare. L'elmo di questa famiglia che corrisponde alla metà del XIII secolo è quello a coppo piatto, il secchio. Il profilo a punta, quello che il catalogo chiama elmo di Saragozza e gli inglesi sugarloaf, «pan di zucchero», arriva nei decenni successivi e si nota nella sagoma. Per l'accampamento cristiano davanti a Labla: coppo piatto.

Ora aggiungi a quei quasi quattro chili il camaglio, il gambesone, il sole di luglio nella piana del Tinto e nove mesi di attesa. Nessuno regge tutto questo addosso per l'intera giornata. Il grande elmo pende dall'arcione o lo porta lo scudiero, e il suo padrone se lo calca in testa solo quando tocca avvicinarsi al muro.

La porta

La Porta dell'Imbarcadero è ancora lì, aperta sulla campagna. Di quell'assedio restano a Niebla altre tre cose.

Restano le mura, con le loro buche pontaie allineate.

Resta Santa María de la Granada, che fu moschea, secondo un'antica tradizione era stata prima chiesa visigota, e tornò a essere chiesa. Conserva gli strati uno sopra l'altro senza dissimularli. Una capitolazione si legge meglio in un edificio religioso che in una cronaca: nessuno lo abbatté, lo riutilizzarono.

Patio di Santa María de la Granada a Niebla, con archi a ferro di cavallo su colonna
Patio di Santa María de la Granada, antica moschea.

Resta il castello, che conviene guardare con attenzione, perché quello che si visita non è quello del 1262. Ciò che si vede è in buona parte opera dei Guzmán, del XV secolo, sopra l'alcázar andaluso. Il rievocatore che vi organizzi un evento farà bene a sapere a quale secolo sta dando un volto.

Della polvere da sparo non resta nulla. Non un frammento, non una palla calibrata, non una riga coeva che la menzioni. Resta una frase del 1820 senza un manoscritto dietro. È difficile reggere una data di fondazione su un silenzio così denso.

Un secchio d'acciaio di quasi quattro chili, con due fessure all'altezza degli occhi, esiste perché qualcuno, dall'altra parte di un muro di terra, mirava molto lentamente.

Quell'elmo si può tenere tra le mani. Il tuono, no.

Grande elmo, elmo a barile della Reconquista ispanica, XIII secolo, su La Casa del Recreador.


Note

  1. Cifre approssimative. La cinta almohade si aggira sui due chilometri di perimetro; i conteggi delle torri oscillano tra 46 e 50. Le cinque porte sono quelle del Socorro, de Sevilla, del Embarcadero, del Agua e del Buey, a cui si aggiunge una postierla murata sul lato occidentale. ↩
  2. La Crónica de Alfonso X parla di nove mesi d'assedio e la tradizione storiografica ripete spesso nove mesi e mezzo. Nel febbraio 1262 la cancelleria regia datava ancora documenti dall'assedio; la resa si colloca tra la fine di febbraio e marzo di quell'anno. ↩
  3. Episodio di tradizione tarda; manca di conferme coeve. ↩
  4. Secondo la cronaca, dopo la resa il re recuperò tutto l'Algarbe. Parte di quelle piazze, come Huelva, Gibraleón e Saltés, era già passata alla Castiglia con il patto di vassallaggio seguito alla caduta di Siviglia. ↩
  5. La Crónica de Alfonso X fa parte della cosiddetta Crónica de tres reyes (Alfonso X, Sancho IV e Ferdinando IV), composta per incarico di Alfonso XI intorno al 1344. L'attribuzione a Fernán Sánchez de Valladolid, cancelliere e consigliere di Alfonso XI, è tradizionale e la critica la accetta in genere, pur con qualche riserva. ↩
  6. Passo della Crónica de Alfonso XI sull'assedio di Algeciras. In italiano: «lo portava via di netto, come se glielo tagliassero con un coltello». ↩
  7. José Antonio Conde, Historia de la dominación de los árabes en España, sacada de varios manuscritos y memorias arábigas, Madrid, 1820-1821, parte IV, cap. 7. Conde morì nel 1820 e Juan Tineo completò l'edizione degli ultimi due volumi a partire dal suo manoscritto. La critica di Dozy si trova nelle sue Recherches sur l'histoire et la littérature de l'Espagne pendant le Moyen Âge (Leida, 1849). ↩
  8. Il passo di Algeciras compare ancora nella divulgazione locale, attribuito a una cronaca di Alfonso X e riferito all'assedio di Niebla. ↩
  9. Ibn al-Bayṭār (Malaga, 1197 ca. – Damasco, 1248) registra il salnitro con il nome di ṯalŷ al-Ṣīn, «neve di Cina», nel suo repertorio di semplici medicinali. La più antica immagine europea di un cannone illustra il trattato di Walter de Milemete, del 1326. ↩
  10. Concilio Lateranense II (1139), canone 29: «Artem autem illam mortiferam et Deo odibilem ballistariorum et sagittariorum adversus christianos et catholicos exerceri de cetero sub anathemate prohibemus». Traduzione dell'autore. ↩
  11. La scheda commerciale accosta la replica agli elmi delle miniature delle Cantigas de Santa María, in particolare del Códice Rico (Real Biblioteca del Monasterio de El Escorial, ms. T-I-1), del 1280 circa. Si tratta di un confronto tipologico, non della copia di un originale conservato. ↩
  12. Caratteristiche tratte dalla scheda tecnica del produttore. Prezzo e disponibilità soggetti a variazioni. ↩

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